Pornhub chiede ad Apple, Google e Microsoft di gestire la verifica dell'età: "I sistemi attuali sono un disastro"

Pornhub chiede ad Apple, Google e Microsoft di gestire la verifica dell’età: “I sistemi attuali sono un disastro”

Aylo, la società che controlla Pornhub, Brazzers e altri siti per adulti, ha mandato lettere ad Apple, Google e Microsoft chiedendo di implementare sistemi di verifica dell’età direttamente a livello di dispositivo. Come riporta Wired, la richiesta arriva dopo mesi di tracollo del traffico causato dalle nuove leggi sulla verifica dell’età in Stati Uniti e Regno Unito.

Le leggi recentemente introdotte in diversi stati americani, nel Regno Unito e di recente anche qui in Italia richiedono ai siti per adulti di verificare l’età degli utenti prima di permettere l’accesso ai contenuti. In pratica: carica un documento d’identità, fai un selfie con riconoscimento facciale, o passa attraverso servizi di verifica di terze parti.

I risultati sono stati devastanti per chi ha deciso di rispettare le norme: Pornhub riporta un calo del traffico dell’80% in Louisiana e del 77% nel Regno Unito dopo l’implementazione dei controlli. In alcuni stati, il sito ha semplicemente bloccato l’accesso invece di implementare la verifica.

Il problema, per loro, d’altronde non è solo economico: gli utenti stanno migrando verso siti che ignorano le leggi (quindi meno sicuri e senza standard di sicurezza), o usano VPN per aggirare i blocchi geografici. Risultato paradossale (ma assolutamente non inaspettato): le leggi pensate per proteggere i minori stanno spingendo gli utenti verso piattaforme meno controllate.

La proposta: verifica a livello dispositivo

Nella lettera firmata da Anthony Penhale, chief legal officer di Aylo, la società sostiene che i sistemi di verifica basati sui singoli siti sono “fondamentalmente difettosi e controproducenti”.

L’alternativa proposta? Che Apple, Google e Microsoft implementino la verifica dell’età direttamente nei loro sistemi operativi e app store. Una volta verificata l’età sul dispositivo (smartphone, tablet, computer), questa informazione verrebbe condivisa tramite API con i siti che ne hanno bisogno.

In teoria, l’utente verificherebbe la propria età una sola volta con il produttore del dispositivo, invece di doverlo fare su ogni singolo sito. I siti riceverebbero solo una conferma “sì/no” sull’età, senza accesso ai dati personali.

Ma la soluzione proposta fa discutere

Prima questione: privacy. Spostare la verifica dell’età sui dispositivi significa dare ad Apple, Google e Microsoft ancora più dati sugli utenti. Significa anche creare un sistema di identificazione centralizzato che potrebbe essere usato per tracciare comportamenti online in modo molto più capillare di quanto già non accada.

Secondo: responsabilità. La proposta di Aylo sposta convenientemente il cerino sui produttori di dispositivi. Se un minore riesce ad aggirare il sistema mentendo sulla propria età ad Apple, non sarebbe più un problema di Pornhub.

Terzo: efficacia. I sistemi attuali sono già facilmente aggirabilii con VPN, e non è chiaro in che modo una verifica a livello dispositivo sarebbe più sicura. D’altronde diversi ricercatori hanno già dimostrato che alcuni sistemi di riconoscimento facciale per la stima dell’età possono essere ingannati con immagini di videogiochi che mostrano personaggi adulti.

Cosa succederà?

È improbabile che Apple, Google e Microsoft accettino di buon grado di diventare i gatekeeper universali dell’età su internet. Significherebbe assumersi un’enorme responsabilità legale e di implementazione, oltre a dover gestire i dati sensibili di miliardi di utenti.

Dall’altra parte, se le leggi sulla verifica dell’età continuano a espandersi e inasprirsi, prima o poi le Big Tech potrebbero non avere scelta. Il modello proposto da Aylo potrebbe diventare lo standard de facto semplicemente perché le alternative sono peggiori.

Ad oggi siamo comunque in una fase di stallo dove le leggi ci sono ma non funzionano, i siti perdono traffico, gli utenti usano VPN, e i minori probabilmente accedono comunque ai contenuti attraverso piattaforme non regolamentate.



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