Censurata dal governo indiano, Bitchat potrebbe diventare improvvisamente simpatica e interessante

Censurata dal governo indiano, Bitchat potrebbe diventare improvvisamente simpatica

Il tentativo del governo indiano di censurarla su GitHub mi fa quasi cambiare idea su Bitchat, l’app Bluetooth di Jack Dorsey.

Nessun login, nessun IP salvato.

Bitchat non mi aveva mai conquistato granché. Un’app di messaggistica Bluetooth nata dal weekend hobby di un miliardario non è esattamente il tipo di progetto che mi fa entusiasmare a prescindere. Ma quando un governo prova a cancellare un’app, quell’app acquisisce d’un colpo un fascino che nessuna strategia di marketing potrebbe comprare!

Per chi non la conoscesse: Bitchat è un’app di messaggistica che funziona anche senza internet. Sfrutta il Bluetooth dei telefoni per creare una specie di staffetta tra i dispositivi vicini: se il destinatario è troppo lontano per il Bluetooth, il messaggio passa comunque di telefono in telefono finché non arriva, un po’ come un tam-tam digitale. Non servono server, account, numero di telefono o email: basta avere l’app installata e il Bluetooth acceso. Quando c’è connessione internet, può appoggiarsi anche a Nostr, un protocollo decentralizzato che Dorsey finanzia da tempo, per far arrivare i messaggi anche a chi è troppo lontano perché funzioni solo il Bluetooth. È nata circa un anno fa come progetto open source, e proprio questa capacità di reggere anche senza rete né controllo centrale è quello che ha attirato l’attenzione, poco gradita, del governo indiano.

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Un progetto che non mi aveva mai conquistato

Il progetto porta la firma di un solo uomo, Jack Dorsey: miliardario secondo Forbes (circa 5-6 miliardi di dollari), già finanziatore di tasca propria di protocolli aperti come Nostr, sul quale ha costruito anche Buzz, l’ultima piattaforma lanciata per far lavorare insieme team umani e agenti IA. Il fatto che Bitchat sia software libero non toglie un dubbio di fondo: un progetto donato al mondo da un singolo benefattore, per quanto ricco e bendisposto, non ha automaticamente dietro di sé una comunità che lo sostiene e decide insieme dove andrà. Se domani Dorsey perdesse interesse, chi si prenderebbe cura di Bitchat? Non è detto che sia un problema. Ma non è nemmeno un dettaglio da liquidare solo perché la licenza è quella giusta.

Le censure da parte dei governi

Il 23 luglio l’Indian Cyber Crime Coordination Centre, la cellula del ministero dell’Interno indiano che si occupa di reati informatici, ha notificato a GitHub un ordine di rimozione per tre repository legati a Bitchat, concedendo appena tre ore per adeguarsi. Le autorità sostengono che l’architettura decentralizzata dell’app, capace di funzionare anche durante i blackout della rete, renda troppo facile comunicare eludendo la sorveglianza.

La richiesta arriva nel pieno delle proteste del cosiddetto movimento “cockroach”: nate come parodia dopo un commento, poi derubricato a fraintendimento, del presidente della Corte Suprema indiana sui giovani disoccupati paragonati a scarafaggi, le manifestazioni si sono presto concentrate sulla cancellazione del NEET, l’esame nazionale di ammissione a medicina, annullato a maggio dopo una fuga di notizie confermata dalle autorità. Proprio oggi, dopo settimane di proteste, il ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan si è dimesso.

Nella zona di Jantar Mantar, punto di ritrovo dei manifestanti, la connessione mobile era stata sospesa in un raggio di un chilometro e mezzo: ed è lì che in tanti hanno iniziato a scaricare Bitchat per continuare a coordinarsi.

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Una base legale piuttosto fragile

Il problema, come fa notare TechCrunch, è che la base giuridica dell’ordine indiano è tutt’altro che scontata. Secondo Mishi Choudhary, fondatrice dell’associazione per i diritti digitali SFLC.in, prima del 2021 il governo si affidava all’articolo 69A dell’IT Act per bloccare contenuti su scala nazionale; questa volta ha invocato invece l’articolo 79(3)(b), insieme alla regola 3(1)(d) delle IT Rules del 2021, pensati per rimuovere contenuti illeciti specifici, non per cancellare un intero progetto software per come funziona tecnicamente.

La Internet Freedom Foundation ha definito l’ordine incostituzionale, facendo notare che rimuovere un repository da GitHub non cancella l’app dai telefoni che la hanno già installata, né interrompe la rete mesh, che continua a funzionare senza server. Essendo un progetto open source, il codice resta comunque disponibile anche altrove: l’effetto pratico dell’ordine rischia quindi di essere più simbolico che risolutivo.

Va detto, per onestà: il boom di download che Bitchat ha registrato in India, la stragrande maggioranza del traffico globale dell’app secondo dati di Sensor Tower citati da TechCrunch, era già partito prima che l’ordine diventasse pubblico il 24 luglio. I manifestanti scaricavano l’app per i blackout, non per protestare contro la censura: è troppo presto per dire se il tentativo di rimozione darà ulteriore spinta ai numeri. Resta pure incerto se GitHub abbia davvero eseguito l’ordine: alcune fonti indiane parlano di rimozione avvenuta, ma un controllo indipendente da una connessione di Delhi il 25 luglio mostrava i repository ancora pienamente accessibili.

Detto questo, è comunque molto probabile che tra non molto verrà inserita una nuova utile categoria su lealternative.net dedicata proprio alle applicazioni che permettono di scriversi senza internet.


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